Grazia Perché non puoi aspettare

Sesso e fantasia (ma non fa ridere)

Mettendo il naso in una scuola media per un corso di educazione alla sessualità e all’affettività, ho scoperto che quel piccolo campione della provincia lombarda, fitta di bruma e nebbiolina, rientrava a pieno titolo tra gli esiti dei sondaggi allarmanti riportati dalla Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia): i ragazzi non sono informati sul sesso e, quando lo sono, hanno informazioni del tutto infondate. Una certa ingenuità mi faceva sperare che non avrei incontrato tredicenni la cui pratica anticoncezionale prediletta fosse il bidet con la coca-cola.

In realtà mi aspettava ben peggio, l’ho capito solo trovandomi di fronte ai risultati del test proposto prima del corso: pochi spazi bianchi, qualche “non soâ€, troppe risposte fantasiose e a tratti così sicure che sembravano scritte da mani svelte e convinte.

Quando una donna si accorge di essere incinta?
- Si accorge che sente di svenire per il continuo muoversi e cerca di dormire
- Dolori alla pancia
- Se dopo nove mesi nasce un bambino, allora è incinta
- Che ne so, non sono mica una ragazza!
Da quale momento un ragazzo si accorge che può mettere incinta una ragazza?
- Se la ragazza è strana, piange e mangia cioccolato
- Se lei non prende la pillola del giorno dopo
- Quando diventa peloso
- Quando capisce, dai

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Quando si stava peggio

La Nostra Guerra Voi sapete che non amo particolarmente gli autori italiani. Non è mica snobberia, davvero. È che li trovo tutti un po’ inconcludenti, insoddisfacenti. Un po’ come vedere Fazio che intervista, che so, Michelle Pfeiffer. Ci sarebbe anche un buon potenziale, ma sai già che sprecherà l’occasione. Però non so voi, ma io sono sempre stato un po’ affascinato dal periodo fascista. Non certo per l’ideologia o il clima sociale, ma per due aspetti che, a dirli, fanno un po’ sorridere.
Il primo è il generale senso di comicità che l’italica nazione suscitava, così tutta impegnata a prendersi sul serio. Persino i vecchi filmati in bianco e nero, tutti accelerati, contribuiscono a dare un po’ l’idea di ilarità. Tutti lì, tutti seri, tutti veloci, tutti (tutti?) così convinti. L’altro aspetto è la luce. La luce dei luoghi, delle città, quella luce che sembra così intensa, con quei cieli che paiono così più tersi di oggi. Quel sole…
E poi meno auto, meno traffico, meno cemento, meno caos. Ho sempre pensato che una settimana in giro per l’Italia del 1940, con la macchina del tempo, sarebbe un’esperienza affascinante (no, nel ’50 no, perché credo ancora troppo incomberebbero – e Piovene me lo conferma – le macerie del dopoguerra).

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I tre Capodanni

Dimmi che anche tu
qualche giorno l’hai passato
a controllare
se il telefono che non suonava
era appoggiato male

(Piermario Giovannone)

Davanti ad un caffè nel dehor, a destra il cartello col divieto di fumo, c’è lei che sfila una sigaretta Eura, lunga e sottile: “Non sono mai stata alle regole. Pensi che a scuola un anno fui bocciata perché rifiutai di fare un tema sulla cultura fascistaâ€. Esita alla prima boccata, poi mi guarda con fiaccole d’occhi: “Cosa vuole? Non sopportavo di vedere quelle due parole vicineâ€.
Sul volto le espressioni si increspano, fenditure di pianti, sorrisi, indugi, più di tutti i primi. “Molto meglio questa faccia di rughe perché è la faccia miaâ€. Ridacchia e si gonfia. “E oggi ho messo pure il rossetto, tiè!â€. Tira fuori una foto sbeccata color seppia. “Vede dottoressa, qui avevo vent’anni, ma non mi riconosco più, guardi che naso, era la metàâ€.
Di palo in frasca mi spiega che in realtà kàmilos in greco indica il cavo d’ormeggio delle barche e che per questo motivo un cammello non passa dalla cruna di un ago, dice che è meglio trovarsi una passione prima della pensione, altrimenti i giorni inghiottono e rimane un passato zeppo di occasioni andate e il futuro è una parola brutta.
“Mi raccomando, non faccia come me†e mi cita il fiume di Dumas e la necessità di navigarlo in due: “si resta soli, sennò, senza la possibilità di portar fuori la spazzatura e non per la sciatica, ma per la voglia che non c’èâ€.

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Le donne di Fitzgerald e Hopper

Il signor Gatsby è entrato nella mia vita in edizione economica da 5.900 lire, me lo portò mio fratello in ospedale mentre ingaggiavo una piccola battaglia con i miei polmoni, molti anni fa.
Da allora, e per anni sempre nello stesso formato, non ci siamo più lasciati, ed è ancora una storia che funziona se così posso dire: continuo a detestare ed invidiare Zelda, a stimare profondamente le Flappers e ad innamorarmi di quei protagonisti maschili tutti d’un pezzo, legnosissimi, passionali e completamente impreparati alle femmine.
Nello stesso periodo ho conosciuto meglio Mr Edward Hopper grazie ad una stampa appesa in un salotto amico, da subito le sue eterne istantanee apparentemente fredde, ma sotto sotto caldissime e farcite di un succulento ripieno, hanno cominciato ad ossessionarmi, l’iconografia dei roaring twenties mi aveva commosso senza che me ne accorgessi, ma ormai è un leitmotif quello di arrivare tardi e me ne faccio una ragione.
Le ragazze aggressive col caschetto sarebbero state uno stereotipo di adorazione per qualsiasi adolescente negli anni novanta, eppure c’era qualcosa in più che mi sfuggiva, il lato Gatsby probabilmente, quel misto di nostalgia, paranoia e insicurezza che si tende ad escludere negli esemplari adulti ed autosufficienti; ecco quel cestino pieno di emozioni sconvenienti allora lo leggevo tra le righe ed ora mi fa pensare alle donne di Hopper: eleganti caucasiche sui trenta, meno giovani delle ninfette alternelle di Fitzgerald, ma circondate dalla stessa aura di marmoreo mistero e piglio combattivo, silenziose ed apparentemente tristi se ne stanno sui loro letti e balconi, aspettando qualcosa e non qualcuno, consapevoli del proprio potere sociale e sempre parte di categorie privilegiate, rimangono quasi fintamente immobili mentre il mondo intorno a loro si scuote nel terremoto ideologico e sociale degli anni venti.

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L’INFERNO è su questa terra, ma, voglio crederci, anche i miracoli

La prima reazione che abbiamo avuto in tanti, credo, insieme al dolore, è stata: ma perché a loro? Perché proprio Haiti, un paese così provato, così sfortunato? È ingiusto e crudele.

Ovvio, nessun paese e nessun popolo al mondo meritano quello che è accaduto. Ma, in questo caso, viene spontaneo vedere una specie di accanimento. Da parte di chi? Non lo so, del fato, di un destino che gioca con la vita degli uomini. Della natura che è furiosa con noi, che a parole dichiariamo di amarla tanto, ma poi nei fatti la violentiamo e si prende la sua rivincita: quando e come vuole. Ma perché infierire sui più deboli? Haiti era ed è il più povero, e disgraziato, dei paesi del continente americano.
I suoi abitanti vivevano con un dollaro al giorno, al 90 per cento in baracche senza acqua né elettricità e con un’aspettativa di vita di 50 anni…! Dopo dieci devastanti scosse di terremoto, però, lo scenario non è più quello di una tragica, quasi banale, povertà, perché è diventato apocalittico, un inferno sulla terra. Le cronache raccontano di un tappeto di cadaveri, le case accartocciate, la capitale rasa al suolo, centinaia di migliaia di morti, tre milioni di senzatetto e i superstiti che girano senza meta come in uno di quei film catastrofici che ci piacciono tanto perché, dopo averli visti, apprezziamo di più tutti gli agi e i privilegi della nostra bella vita protetta e confortevole. Ma, dall’altra parte del mondo, e le immagini non ci danno tregua, milioni di bambini sono i protagonisti, veri, reali, in carne e ossa di quel film assurdo e mostruoso. E noi vorremmo poter distogliere gli occhi perché troppo è il dolore e il senso di impotenza.

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Una fotocamera tutta per me

Ho scattato diverse foto nel 2009, e tutte in modalità diverse:

  • con la scassatissima ixus aperta davanti, quella che ha malfunzionato dall’inizio a Dublino, quel 31 dicembre in cui si scattava una fotografia per la prima volta e non si voleva rivedere per mesi, ecco quella che ancora sbuffa e tossisce ma funziona troppo dignitosamente per essere accantonata; senza luce produce immagini nebulose e pixelatissime, ma l’alta risoluzione non è mai stata una priorità da queste parti, e ad oggi ha il merito di aver girato il video di capodanno hare krishna più divertente di sempre
  • con il gommosissimo Nokia biancorosso: il cellulare degli adolescenti e degli amanti dei manga, direbbe uno che ci guadagna. Io l’ho comprato, scelto con passione ha resistito come un guerriero di terracotta finché non è stato gettato -involontariamente- in acqua. E per uno più giovane
  • il Photo Booth del Mac: divertentissimo, ho sempre sognato una cabina fotografica tutta per me
  • l’iPhone. Il regalo inaspettato. Troppo bello per essere vero, quindi ho messo le mani avanti fino al primo scatto confrontato a video con la Ixus: nitide, ferme e luminose, le sue immagini hanno vinto a braccio di ferro contro l’anziana compatta di cui sopra

Da quel giorno mi sveglio tutte le mattine urlando, di solito ho appena sognato una lotta nel fango tra il Ceo di Canon e Steve Jobs. Non tocco un rullino da due anni e anche la cara, vecchia Polaroid mi manca molto, non ho mai creduto nel digitale a tutti i costi ma mi intristisce chi si ostina a trattare l’analogico come se fosse l’ultimo esemplare di panda presente sul globo terracqueo; la banale e potentissima argomentazione del progresso non ha impedito a milioni di persone di continuare a scegliere supporti materici ma anche digitali: come a dire che l’analogico si compra per soddisfare un romantico senso estetico che viene dalle foto del passato, da quelle che conserviamo negli album o dentro una cornice, con la luce mostarda, le magliette a righe e i basettoni, mentre nel digitale si spende per praticità e immediatezza, eliminando l’antico traffico di farfalle nello stomaco durante l’attesa del rullino stampato.
Non credo che uno sia malvagio e l’altro puro come la neve, sono convinta che ogni intenzione iconografica abbia il diritto di essere espressa come si preferisce, senza un recinto di paletti ideologici sorpassati e tristi; se si potessero fare belle foto puntando una mela contro qualcuno la gente lo farebbe, forse dovremmo arrenderci un pò di piu’ ad un mutato concetto estetico, che solo estetico non è più e meno male; le immagini farciscono la nostra vita, che compriamo un giornale, le appendiamo alle pareti o decidiamo di utilizzare una qualsiasi applicazione elettronica, trattiamole come oggetti complicati.

Una cosa divertente che farò per sempre

Ho sempre provato sentimenti contrastanti per le vacanze organizzate: quei gruppi dalle movenze ovine che sciamano per città e siti archeologici col cappellino ventilante e i k-ways identici per le coppie, il capogruppo con l’ombrello e le soste forzate nelle trattorie convenzionate, i pullman pieni di sessantenni che bloccano le toilettes degli autogrill per ore, ecco a vederli da fuori mi prendeva sempre uno strano desiderio di guardarli più da vicino. Devo aver provato una sola volta l’ebbrezza della partecipazione, ma avevo diciott’anni, nessun conto in banca e la prospettiva era quella di sdraiarsi al sole per due settimane: fu un comico viaggio nella gerontofilia vacanziera, condita di meravigliose esplorazioni subacquee e pranzi a menù fisso tra orde di famiglie che allenavano le corde vocali richiamando i bambini con frequenze oltre l’udibile umano.
Ho collezionato cartoline allo shop del villaggio gettando le basi per la mia grande, insana passione per le foto di turismo popolare: comitive, paesaggi cartolina, colori sbiaditi e accesissimi, templi cangianti e coniugi tedeschi dalle mises fosforescenti, non riesco più a farne a meno, non mi chiedete perché.
Poi ho scoperto Mr Martin Parr, un geniale fotografo inglese che del grottesco d’Albione ha fatto la sua missione, ritraendo i propri connazionali negli stereotipi più esasperati che tanto divertono gli altri europei, forse solo invidiosi di tanta faccia tosta e legnosità insieme: i tupperware parties, i quindici giorni a Brighton per le vene varicose, le corse dei cavalli con gli ubriachi in bombetta e fazzoletto bianco, ogni piccolo tic ripreso e deriso con ironica benevolenza, quella di chi sa di appartenere per dna al tessuto ma sa anche di esserne fuggito a gambe levate, più o meno.

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Beckham, Ronaldo e Armani: dal parrucchiere il sabato mattina

Ronaldo e Armani: il nuovo e il vecchio testimonial Emporio Armani Underwear
Cristiano Ronaldo sarà il nuovo testimonial di Emporio Armani Underwear, dopo anni di cartelloni pieni di David Beckham: la Littizzetto poco fa in radio diceva che mentre David era (è) desiderabile e maschio, Cristiano sembra quasi voglia dire “non toccarmi che mi spettini”. Qualcosa su cui riflettere.

Il mondo di viale Bligny 42, Milano

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Non è facile da immaginare, nel pieno centro di Milano, un posto come Bligny 42. Quasi tutti sanno cosa sia, pochi ci sono entrati, ancora meno quelli ci hanno vissuto oltre il tempo di uno starnuto.
Infilato tra l’allure patrizia della Bocconi e le rovine chic di Porta Romana sopravvive da decenni: un palazzo gigantesco molto vicino all’idea di Babilonia che vi siete fatti al catechismo, talmente fuori posto per aspetto, atmosfera e tipologia di condomini che potrebbe essere cresciuto in una notte come un’amanita in un’aiuola di begonie.
Ho abitato quasi due anni al quarto piano, scala c, primo appartamento a destra, un monolocale di 23mq abbandonato dal figlio di una ricca coppia gallaratese, negli ultimi mesi occupato in realtà -come ho scoperto dalle fotocopie di documenti negli armadi- dai loro tre camerieri filippini con prole, chissà che fine avranno fatto.

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Margherite bianche

La incontro ogni giorno, alla stessa ora, nello stesso punto. È elegante di quell’eleganza dura da manager, alta, i capelli biondi corti, e un’espressione concentrata che io, da dietro i finestrini della mia macchina, non riesco a capire se sia tagliata con una dose di tristezza o una di malinconia.
Ogni mattina che Dio manda in terra, io vado in ufficio e lei va al cimitero, una piccola ventiquattrore di cuoio in una mano e un piccolo mazzo di margherite nell’altra. È una di quelle cose che ti aspetti da una persona anziana, da qualcuno che ha abbastanza tempo e abbastanza vuoto per incagliare le lancette del proprio orologio su una visita maniacale e abitudinaria: e invece lei avrà forse quarant’anni, e in quella borsa sono sicuro che tiene una decina di biglietti da visita sui quali è riportata una mansione altisonante, e sono altrettanto certo che al suo arrivo in un ufficio di un palazzo del centro storico la attendono riunioni e documenti e videoconferenze e tramezzini mangiati di corsa senza avere nemmeno il tempo di alzarsi dalla scrivania.

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